Il mestiere del Sociale

Un mestiere artigianale

Il lavoro sociale è sfida professionale di matrice artigianale, in quanto consente di realizzare un conseguimento umano, un oggetto di progresso e non di reificazione, come nel caso del lavoro industriale finalizzato alla produzione piuttosto che allo sviluppo. Il lavoro sociale genera sviluppo integrale in quanto offre a colui che lo intraprende non solo l’opportunità di comprendere ma anche quella di ricomprendersi, a partire dal consolidamento e dalla trasformazione incrementale delle rispettive competenze di cura sociale, ovvero del lavoro per gli altri – beneficiari e/o clienti – e per sé medesimo – professionista o volontario.

Nel lavoro sociale è imprescindibile comprendere e ricomprendersi prima di fare e agire. Questa postura consente al professionista del Sociale di capire o concettualizzare ciò che fa mentre lo fa, in modo da non smarrire il senso del fare e del lavorare anche attraverso un’instancabile azione di aggiustamento e riaggiustamento dell’operato professionale nel corso del suo svolgimento pratico.

Questo stile e orientamento produttivo richiama quella che è tipicamente riconosciuta essere la pratica fondamentale del lavoro artigianale: si tratta dell’azione del tirare fuori, dell’estrarre in sostenibilità ciò che la materia informe nasconde allo sguardo distratto dell’uomo comune, che l’artigiano dev’essere in grado di accompagnare nel percorso di senso che lo spinge a scorgere in una massa d’acqua il movimento delle onde oppure il loro schiumare a riva oppure il gioco di rifrazione dei raggi solari in superficie. Uno sguardo simile consente all’artigiano di non soffermarsi sull’oggetto del puro fare per andare oltre, senza perdere di vista il senso e il mandato sociale del suo lavoro, che non consiste nel realizzare un oggetto per sé stesso, ma nel generare una forma di quello stesso oggetto comprensibile e apprezzabile dagli altri e, soprattutto, dal destinatario del suo lavoro.

 

La società come oggetto del lavoro

Il lavoro sociale spinge chi lo pratica a interrogarsi innanzitutto su che cosa sia sociale e dove ciò esista. Il sociologo tedesco-statunitense Ferdinand Toennies (1855-1936) distingueva società e comunità in un periodo novecentesco in cui questa separazione risultava nettamente dall’osservazione del contesto di vita cittadino rispetto a quello agricolo. Una distinzione del tutto superata, archiviata e frantumata oggi per effetto dell’urbanizzazione totale, realizzatasi in Occidente nella seconda metà del secolo scorso, e, a partire dagli anni Ottanta del XX secolo, della deriva individualistica innescata dalla politica tatcheriana de “la società non esiste”, accelerata poi dalla connessione globalizzata innescata dallo sviluppo incontenibile del fenomeno “world wide web”.

Il lavoro sociale nelle comunità inabissate nell’oceano della società globale odierna va inteso come lavoro che non si esaurisce in se stesso ma punta alla riscoperta di un benessere comunitario che, seppur obliterato dall’urbanizzazione novecentesca, resiste all’interno di associazioni professionali e di quartiere in grado di valorizzare aspetti relazionali di condivisione e prossimità che possono riverberarsi nella società intera secondo uno schema bottom-up, dal basso verso l’alto e in funzione della vita umana intesa nella sua dimensione integrale.

Nel lavoro sociale è opportuno partire da ciò che c’è, inteso in termini oggettivi, osservabili e misurabili. Il compito consiste, soprattutto nel Sociale, nel comprendere le caratteristiche dell’ambiente di vita in cui ci si trova a operare. Il paesaggio della società contemporanea contiene diversi elementi di complessità procurati dai cambiamenti epocali che lo attraversano. Mutamenti di tipo tecnologico, travolgenti e di difficile controllo per il loro rapido susseguirsi e la facilità con cui conoscenze e tecniche assodate finiscono per risultare obsolete sulla scia del convincimento diffuso nella validità della formula tautologica secondo cui l’innovazione dovrebbe produrre innovazione.

Un altro rivolgimento in piena corsa è quello di matrice demografica reso evidente dagli effetti portati in Occidente dai numerosi flussi emigratori che lo attraversano e dall’invecchiamento incrementale delle popolazioni europee e nord-americane. Ulteriori cambiamenti emergono nettamente dall’ambito economico e del mondo produttivo, segnato dalla crescita ipertrofica dei mercati capitalistici che si avvitano su se stessi per mezzo di un’involuzione finanziaria e monetarista che innesca effetti devastanti per la cosiddetta economia reale, svuotata di liquidità per effetto dell’implosione di bolle di capitali finanziari inesistenti e della speculazione che imperversa nei mercati bancari. Infine ma non per ultimi vanno citati i cambiamenti socio-culturali che intercorrono e ridefiniscono i rapporti di genere, quelli intergenerazionali e persino tra uomo e macchina andando a minare e sconvolgere meccanismi e modalità acquisite di relazione sociale e inter-personale.

Risultante di sintesi dei mutamenti descritti è lo scardinamento di ogni limite ai nostri processi cognitivi e di conoscenza che finiscono per smarrirsi in una realtà sociale liquida e instabile, ulteriormente scossa da correnti vorticose che indeboliscono le possibilità di riconoscimento reciproco tra individui isolati, intimiditi e di conseguenza reattivi in chiave difensiva e conservativa, da una parte, oppure in direzione evasiva e radicalista, dall’altra. L’ordine sociale che ne deriva non può che apparire disordinato e gravemente instabile, arido di promesse e incapace di produrre cambiamento per mancanza di basi su cui fondare un modello di convivenza che ambisca a riparare lo stato di frantumazione delle identità sociali e dei legami personali. Un malessere generalizzato attraversa le società avanzate e risulta avvertibile e osservabile nell’incremento delle vulnerabilità e dei bisogni lamentati dai cittadini. Questi bisogni finiscono inevitabilmente per convogliare attese, aspettative e, quindi, pretese di ottenere una risposta da parte di coloro che li sopportano.

 

I servizi sociali

Le azioni sociali attualmente messe in campo per costruire un contenimento al precipitare delle rivendicazioni collegate al sentimento del bisogno risultano frequentemente inefficaci poiché sono organizzate nel segno dell’assistenzialismo, della decisione conservativa e riduzionistica, quindi della risposta semplicistica dagli esiti mortificanti per il bisognoso. I servizi per il Sociale di matrice pubblica e privata organizzati sino a oggi seguono in gran parte un approccio erogativo di risorse materiali, semplificatorio e deresponsabilizzante, in risposta a bisogni la cui autentica natura non è materiale ma morale; un fraintendimento che, quando viene ignorato da parte dei professionisti del Sociale, rende i bisogni inconoscibili presso le persone che ne soffrono e insormontabili per le istituzioni incaricate di rispondervi. Inefficacia operativa che per certi versi va attribuita anche all’attuale temperie culturale, che vede una conformistica adesione e adeguamento imbelle al cosiddetto paradigma dominante, una narrazione di larga diffusione per gentile concessione dei Media e della politica neo-liberista che, in nome del capitalismo di mercato, recupera logiche tayloriste afferenti alla filosofia della razionalità strumentale per la divisione e parcellizzazione del lavoro, delle mansioni e, nel mondo del Sociale, delle relazioni.

Un altro limite politico e di autorevolezza degli attuali servizi sociali viene rinvenuto nella debole azione e consapevolezza nella tutela dei diritti, data per scontata e quindi non praticata degli operatori e dalla cittadinanza perché slegata dal riconoscimento dei corrispondenti doveri da esercitare, promuovere e rigenerare nel lavoro e nella vita civile di tutti i giorni. Il risultato osservabile di questa pratica insufficiente del Sociale – del lavoro di cura per gli addetti ai lavori e del senso civico per i cittadini – è evidente nell’incremento del malessere sociale e, con esso, della disuguaglianza, che è direttamente proporzionale all’incapacità relazionale o di relazioni nel rispondervi piuttosto che all’insufficienza di mezzi economici disponibili.

 

Il cambiamento nel lavoro sociale

Come affrontare la sfida del cambiamento del lavoro Sociale a fronte di questo stato delle cose?

È innanzitutto fondamentale archiviare una visione del disagio, o meglio della povertà sociale secondo un’ottica contabile, di costi, per adottarne una nuova in termini di investimento sociale e in favore della persona come catalizzatrice di opportunità relazionali potenzialmente infinite. Per farlo è opportuno procedere nel favorire l’assunzione diffusa di una rinnovata sensibilità partecipativa, cooperativa e di condivisione dei problemi e delle sfide sociali.

Un’altra azione fondamentale che interpella la collettività è quella del passaggio, nel lavoro sociale, dal fare prestativo alla comprensione condivisa, una postura vincente nella prova di apprendimento del bisogno e di incontro della persona che ne è portatrice senza offenderla. Comunicazione dialogica e confronto tra pari sono tecniche adeguate per coronare questo passaggio e strutturarlo secondo lo schema generativo della pratica del dono, di uno scambio reciproco fondato nell’azione ricorsiva del dare-ricevere-contraccambiare.

Nel Sociale non si guarisce un male ma si valorizza un vissuto in senso morale e generativo. È forse questa la chiave per disvelare un buon lavoro di relazione, che si fondi su un ottimismo della volontà che consenta di perseguire con determinazione professionale e consapevolezza civica la ricerca e la valorizzazione di ciò che, nel male esistenziale, non è male, per disvelarlo, promuoverlo e averne cura. Agire in questo senso nel lavoro sociale consente di allestire le condizioni minime per procedere alla concreta tutela dei diritti umani, a partire dalle risorse esistenti e di quelle praticabili in relazione alle capacità attivabili dalla persona che ne risulta esclusa.

 

La ri-organizzazione del lavoro sociale

Come procedere infine, sul piano organizzativo, per realizzare un buon lavoro sociale?

Sul piano organizzativo il focus non cambia. Gli enti, per rispondere a un bisogno sociale, sono chiamati a partire da un’analisi dell’esistente e, in riferimento ad esso, ad apprendere capacità e modalità di lettura, di indagine, di elaborazione dei dati o di rappresentazioni quantitative capaci di rivelare e mappare gli elementi caratterizzanti l’ambiente in cui si trovano a operano.

Altrettanto importante è l’elaborazione di rilevazioni qualitative, come la raccolta di storie e di testimonianze dirette condivise dai partecipanti, operatori e volontari, e dai beneficiari, cittadini, del lavoro sociale che si intende promuovere. Non va dimenticato inoltre il lavoro di riscoperta, rilettura e rilancio dei valori originali di una comunità destinataria del lavoro sociale; ciò consente di individuare alla radici i motivi delle disfunzioni sociali su cui si vuole lavorare, ad esempio la povertà, senza confonderle con i problemi emergenti e molteplici che ne rappresentano i sintomi visibili, ad esempio la solitudine oppure la discriminazione.

Per portare a compimento la sfida organizzativa del lavoro sociale è opportuno quindi adottare una serie di convenzioni operative, elencate di seguito:

  • le questioni sociali non si risolvono ma si gestiscono;
  • le reti sociali consentono di gestire autorevolmente le questioni sociali;
  • esistono dei limiti nelle reti sociali e vanno ravvisati laddove la relazione sociale, in prossimità della persona bisognosa, va riorganizzata e riconcepita in una forma più avanzata, quella della relazione d’aiuto.

 

Chi è l'autore

Esperto in governance del welfare e organizzazione dei servizi sociali. Da oltre quattro anni si occupa della promozione e dell'amministrazione dei servizi formativi e consulenziali che ConfiniOnline rivolge a enti e professionisti del Terzo settore.

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