Il lavoro per l’impresa sociale

Prosegue il mio percorso di critica sull’istituto – questo sconosciuto – dell’impresa sociale attraverso un excursus sul lavoro, o meglio, sul lavoro per l’impresa sociale.

Una argomentazione interessante intorno a questa inedita qualifica professionale l’ho riscontrata nel corso dell’edizione 2017 delle Settimane sociali, evento organizzato dai cattolici italiani, dedicato alla questione Sociale e andato in scena a Cagliari nel weekend appena trascorso.

I contributi emersi in occasione di questo appuntamento hanno tentato di rispondere alla sfida contenuta nel titolo dell’edizione, incentrata sul “Lavoro che vogliamo libero, creativo, partecipativo e solidale”.

Nel mio intento di descrivere il lavoro per l’impresa sociale credo si possa ripartire proprio da questa definizione, anche se suggerendone un riordino delle attribuzioni libero-creative-partecipative-solidali. Cambiando l’ordine degli addendi, propongo quindi di pensare, o meglio di volere un lavoro per l’impresa sociale che sia prima di tutto solidale, quindi partecipativo, di conseguenza creativo e, c. v. d. (come volevasi dimostrare), libero.

Procediamo quindi con ordine.

 

Solidarietà

Il lavoro per l’impresa sociale sono convinto debba svolgersi primariamente in osservanza del principio di solidarietà, in quanto la relazione d’aiuto o la cura, tecnologia dell’impresa sociale, si realizza in risposta a condizioni sociali di asimmetria e disuguaglianza. Non esistono infatti, ad oggi, progetti di impresa sociale per gli armatori greci oppure per i plutocrati dei paesi dell’ex U. R. S. S. (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche). La solidarietà è competenza cruciale per il lavoratore dell’impresa sociale impegnato nel compito di realizzare l’inclusione. Essa si realizza a partire dall’applicazione dell'”opzione preferenziale per i poveri”, dispositivo pratico teorizzato in seno alla Dottrina sociale della Chiesa.

 

Partecipazione

Il lavoro per l’impresa sociale deve essere in secondo luogo partecipativo perché, senza un’organizzazione collaborativa e cooperativa tra le diverse professionalità coinvolte nel lavoro di cura, la tecnologia educativa della relazione d’aiuto viene messa fuori causa. Inoltre la partecipazione dev’essere garantita anche sul piano della proprietà dei servizi in cui viene organizzato questo lavoro, dal momento che la cura è bene comune e le istituzioni che la governano è auspicabile che si organizzino in funzione di essa. La gestione democratica e multistakeholder è la forma di tutela manageriale più adeguta per bilanciare i variegati interessi coinvolti nei servizi di cura, che vanno dal pubblico al privato fin sulla pelle del diretto beneficiario passando attraverso il convolgimento di familiari, lavoratori e comunità di riferimento. I servizi di cura sono bene comune perché quando non lo sono si trasformano in una neutra e ripetitiva prestazione di servizio di natura pubblica o privata.

 

Creatività

Il lavoro dell’impresa sociale è un mestiere creativo, senza quest’attributo il servizio di cura prodotto si risolverebbe in una erogazione di prodotto, standardizzabile e di dubbia efficacia nel processo d’inclusione che l’imprenditorialità sociale si propone come fine. La creatività professionale all’interno di un contesto partecipativo si configura nel dispiegarsi dell’intelligenza collettiva, frutto della memoria e dell’esperienza pratica delle diverse professionalità e dei molteplici interessi coinvolti. L’intelligenza collettiva si colloca al di sopra delle competenze inevitabilmente circoscritte se non particolari del singolo individuo; il suo valore aggiunto si sostanzia nel contributo interdisciplinare richiesto dal lavoro di cura e nelle garanzie di rappresentanza di tutti gli interessi in gioco offerte del governo democratico per una gestione multistakeholder dei servizi.

 

Libertà

Il lavoro dell’impresa sociale è infine libero. La sua libertà si riscontra nel margine di guadagno accordato dall’organizzazione di un buon lavoro sociale che, prendendo a prestito la teoria marginalista, si calcola attraverso la differenza risultante tra capitale sociale di partenza e capitale sociale generato. La misurazione dell’impatto sociale realizzato da un buon servizio di cura solidale, partecipativo e creativo restituisce ai soggetti coinvolti un guadagno misurabile in termini di libertà: libertà nell’autodeterminazione acquisita dai beneficiari del servizio, nella crescita professionale vissuta dai lavoratori impiegati, nello sviluppo imprenditoriale perseguito dall’ente gestore e nel maggior grado di coesione sociale ereditato dalla comunità di riferimento.

 

D’altronde e per concludere i principi di solidarietà, partecipazione, creatività e libertà altro non sono che gli ingredienti “attuativi” del lavoro in genere, essi danno infatti sostanza e ravvivano l’articolo inaugurale della nostra Costituzione.

 

Chi è l'autore

Esperto in governance del welfare e organizzazione dei servizi sociali. Da oltre quattro anni si occupa della promozione e dell'amministrazione dei servizi formativi e consulenziali che ConfiniOnline rivolge a enti e professionisti del Terzo settore.

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