La Riforma del Terzo Settore: arriva il tempo dei bilanci

«Non so cosa faccio e soprattutto il perché lo faccio!». Questa frase, che mi ha colpito molto, è uscita dalla bocca di una suora di quasi sessanta anni, che poi ha continuato: «passo le mie giornate in portineria (di una struttura di ospitalità) come se fossi nella reception di un albergo… non avrei mai pensato di finire così (era una ex maestra)».

Non sapere e non condividere il “perché” del proprio lavoro è triste. Lo è sempre stato probabilmente, ma oggi lo è molto di più. Oggi a chi lavora (indipendentemente dal tipo di rapporto di lavoro, dal fatto che sia remunerato o meno) più che del “tempo” gli si chiede in cambio il “cervello”. Tanto è vero che non si smette di lavorare anche dopo aver timbrato per l’uscita. Si continua a ricevere e spedire e-mail, fare telefonate di lavoro e soprattutto a “pensare”. Quante preoccupazioni ci si porta a casa? Quante idee e soluzioni vengono concepite fuori dagli spazi aziendali e dagli orari di lavoro?

Ovviamente dipende molto dal tipo di lavoro, ma nella società della conoscenza questa è una tendenza che è destinata a crescere. Ma se si chiede il “cervello”, la motivazione è importante e saper il “perché” delle nostre azioni è fondamentale. Lo è per le aziende for profit, lo è per quelle non profit, lo è per le pubbliche amministrazioni e lo è anche per il mondo del volontariato.

Cosa c’entra tutto questo con la Riforma del Terzo Settore?

La tanto attesa e discussa Riforma del Terzo Settore sta per arrivare. Si sta concludendo la prima fase legislativa (due dei tre decreti attuativi sono già stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale nei giorni scorsi e il terzo arriverà settimana prossima, anche se serviranno più di 40 decreti ministeriali per rendere completamente operativa la Riforma) e quindi sta per iniziare la sua vita reale quella che si intreccerà con quella delle realtà non profit ma anche di quelle for profit (visto che interessa alcune di loro).

Il dibattito è in corso (da quanto è stata annunciata) e tutti cercano di prevedere e stimare quali saranno gli effetti sul settore del non profit. In modo particolare per la parte che riguarda gli incentivi e le varie forme di (auto)investimento e di finanziamento alternative al quello pubblico.

Personalmente non sono in grado di fare previsioni di questo tipo e per tanto mi soffermerei a fare un paio di riflessioni sul tema del valore sociale che con la riforma viene fortemente richiamato in causa in quanto viene considerato (giustamente) l’elemento distintivo non solo del fare impresa sociale, ma anche del fare impresa for profit con dichiarata e valutabile finalità-sensibilità sociale (società benefit).

Tenendo per buona la distinzione tra valore economico e valore sociale (io personalmente la trovo in qualche modo artificiosa), con la Riforma si avrà l’obbligo di rendere trasparente, valutabile e comunicabile l’impatto sociale dell’operato dell’azienda. È previsto infatti che gli Enti del Terzo Settore con entrate (di qualsiasi tipo) superiori a un milione di euro debbano pubblicare (anche  depositare presso il registro unico nazionale) il bilancio sociale, mentre gli enti con entrate maggiori di cinquanta mila euro avranno l’obbligo di rendicontare le proprie uscite (in questo manca del tutto il riferimento al valore sociale, prevale la sola logica della  trasparenza, d’altronde in Italia siamo tutti considerati delinquenti e dobbiamo essere sempre pronti a dimostrare la nostra innocenza).

Riportare in primo piano il bilancio sociale (come strumento principale di rendicontazione sociale) credo che possa essere una buona opportunità per il Terzo Settore e uno ulteriore stimolo per iniziare a misurare e valutare sul serio l’impatto sociale del suo operato.

Per essere sinceri con l’emergere di modelli di business for profit molto attenti ai temi sociali, il Terzo Settore ha perso da un po’ di tempo il “monopolio” dello storytelling della sensibilità sociale. Forse c’è una spiegazione!

Vediamo qualche esempio.

È un messaggio di comunicazione sociale? No, è un messaggio commerciale di una nota compagnia di telecomunicazioni.

«Il nostro prossimo obiettivo sarà quello di sviluppare l’infrastruttura sociale per la nostra comunità – per sostenerci, per tenerci al sicuro, per informarci, per l’impegno civico e per l’inclusione…» è la missione di una cooperativa sociale? No, è tratto dal nuovo manifesto di Mark Zuckerberg, il noto ideatore e padrone Facebook.

«Essere una forza portante della rigenerazione del pianeta attraverso la messa in opera delle tecnologie ambientali più avanzate…» è la mission di un’associazione ambientalista? No, è tratto dalla Global Vision 2010 della Toyota.

Insomma la sostenibilità e la responsabilità cominciano a essere fattori competitivi anche per le imprese che si decidono a seguire il percorso di crescita di Kyosei (che risale agli anni ’70).

Kaku R., The Path of Kyosei, Harvard Business Review, July-August 1977

Ben vengano quindi attenzioni, sensibilità e finalità sociali espresse da parte delle aziende for profit, ma a questo punto il valore sociale del Terzo Settore se è maggiore oppure se è diverso, necessita di essere comunicato con più forza e non può esprimersi solo attraverso l’impiego diverso delle risorse economiche (capitale). Ecco perché la rendicontazione sociale (nelle sue varie forme e mutazioni, CSR, bilancio sociale, bilancio di missione, carta di valori ecc.) può essere un opportunità a patto che si voglia andare oltre il modello che sta preparando il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Temo che sarà di stampo ragionieristico in cui la preoccupazione principale sarà di dimostrare che non ci siano state irregolarità nella gestione delle risorse. Se le mie supposizioni saranno corrette, il bilancio sociale finirà per essere un ulteriore adempimento burocratico che peserà sull’operatività degli enti ma dall’altra parte genererà un business per gli addetti ai lavori.

La rendicontazione sociale, per essere veramente tale, dovrà andare oltre e aggiungere alle attuali pratiche e modelizzazioni due ulteriori direzioni:

  1. iniziare una riflessione sui modelli di governance in atto e su quanti essi siano improntati sulla qualità e sul miglioramento continuo  che conduce a una continua revisione dei servizi offerti, dei processi organizzativi e dei rapporti con gli stakeholder in relazione all’evolversi del contesto socio-economico.
  2. collegare realmente la rendicontazione non solo ad aspetti quantitativi di natura economico-gestionale, ma anche a quelli qualitativi-valoriali, ci porta a inserirla all’interno del processo di sviluppo della cultura di governance organizzativa, delle capacità di gestire le relazioni con gli interlocutori (stake o asset holders,) della crescita professionale degli operatori e del know how specifico a rilevare l’impatto sociale.

Per gli Enti del Terzo Settore, la logica cibernetica, basata sulla verifica dei risultati rispetto a standard pre-stabiliti, risulta poco adatta in quanto pone l’accento sull’inseguimento di obiettivi definiti in maniera meccanica. Nel nostro caso, invece, l’attenzione va posta al processo di generazione degli obiettivi attraverso l’innesco di meccanismi di auto-regolazione mediante regole di interazione tra i diversi sottosistemi del sistema impresa. La rendicontazione diventa quindi un occasione per gestire la complessità della struttura attraverso la comunicazione, la flessibilità e l’apprendimento in una prospettiva di organizzazione evolutiva.

In questo modo potremo finalmente leggere un Bilancio Sociale senza rimanere con il dubbio e l’interrogativo: “ma alla fine non ho capito come i valori aziendali si incardinino all’offerta e si declinino ai servizi erogati e quindi percepiti dagli utenti/clienti nonché dagli stessi operatori/dipendenti?”.

Torniamo alla nostra suora. Il modello di governance deve essere o non essere capace di dare risposta al suo perché o forse addirittura anticiparlo -prevenirlo?  Un modello di governance capace di narrare il come le azioni quotidiane contribuiscono a generare il valore sociale è anche capace di motivare il personale e interessare gli interlocutori esterni.

Speriamo che la Riforma diventi un trampolino di lancio per lo sviluppo della cultura della comunicazione e della valutazione dell’impatto – valore sociale. Certo non nascondiamo che a oggi si registrano ancora non poche difficoltà metodologiche inerenti alla misurazione dell’impatto sociale, che però diventano ancora più gravi e insormontabili in mancanza di attenzioni e di risorse investite in tale direzione.

Intanto continuiamo a riclassificare in vari modi le grandezze economiche per dimostrare il valore sociale.

 

Chi è l'autore

Consulente e formatore con una decennale esperienza. Si occupa di progettazione e realizzazione di interventi di consulenza, formazione e orientamento in tema di sviluppo organizzativo, gestione strategica e valutazione della qualità dei servizi.

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