Realtà virtuale e non profit: fuori dalla realtà, dentro la realtà

Siete distesi nella vostra culla. Sopra di voi i volti rassicuranti e felici di mamma e papà e le loro parole che vi cullano. Le apine sospese, si muovo nel loro incedere circolare e incerto. Tutto sembra perfetto ma a un certo punto la voce dei genitori diventa lontana e fioca, fino a sparire. Cosa sta succedendo? Tutto sembra normale. Le api non sembrano voler smettere di volare e i genitori di sorridere, come se per loro nulla fosse cambiato. Ma poi tutto sembra svanire: il volto di mamma e papà diventano lentamente confusi, sfumati fino a quando il buio più profondo vi circonda e vi avvolge. 

 

È con queste immagini che la voce di Renzo Arbore vi racconta la storia dei bambini sordo-ciechi di cui si prende cura la Lega del Filo d’Oro, nello spot per l’sms solidale di qualche anno fa. Avete mai provato a immaginare se al posto della narrazione visiva e vocale, foste veramente voi quel bambino e quel buio non rimanesse limitato alla vostra immaginazione ma fosse reale? Sono sicuro che rimarrebbe indelebile nei vostri ricordi oltre a stimolare uno stato emotivo ed empatico molto forte.

Grazie la realtà aumentata tutto questo sarà (anzi in realtà già lo è) possibile.

 

Realtà aumentata e realtà virtuale

Da alcuni anni la realtà virtuale e la realtà aumentata, grazie alla diffusione capillare delle tecnologie mobile, stanno diventano una componente sempre più presente nella fruizione della realtà stessa. Ma di cosa si tratta?

La realtà aumentata, come dice wikipedia, “è l’arricchimento della percezione sensoriale umana mediante informazioni, in genere manipolate e convogliate elettronicamente, che non sarebbero percepibili con i cinque sensi”. Una delle applicazioni che forse abbiamo visto, o almeno di cui abbiamo sentito parlare, tutti è il gioco per smartphone Pokemon Go che ha mobilitato milioni di giovani l’estate scorsa. I giocatori trovavano e catturavano i pokemon attraverso lo schermo che però riproduceva la realtà circostante.

Alcuni anni fa Reporter ans frontiere aveva lanciato la campagna The voice che si basava proprio su questa teconologia. Ecco come funzionava.

La realtà virtuale invece è l’immersione, attraverso dispositivi che simulano la visione e l’audio a 360º, in una realtà alternativa (verosimile o di fantasia). L’esempio più semplice e immediato è Street view di Google in cui ci muoviamo per le strade come se ci trovassimo veramente in quel posto e con lo stesso punto di vista in un qualsiasi passante.

Nel primo caso abbiamo degli elementi digitali aggiunti o sovrapposti alla realtà che stiamo vivendo concretamente. Nel secondo caso, tutto ciò che ci circonda è digitale ma lo viviamo come se fossimo realmente in quel posto in prima persona.

 

L’importanza dell’empatia

Se nel mondo profit queste soluzioni sono sempre più utilizzate perché in grado di far provare al consumatore un’esperienza nuova e sorprendente, nel mondo non profit acquisiscono una valore ancora più profondo: fanno “vivere” in prima persona l’esperienza, a volte molto distante non solo geograficamente ma anche a livello di capacità di immaginazione, delle persone che si trovano in difficoltà per le quali l’organizzazione si mobilita.

Tutto questo si inserisce perfettamente nell’evoluzione dello stile comunicativo che sta caratterizzando le organizzazioni non profit. Da un lato l’utilizzo dello storytelling come strategia di costruzione della narrazione e dall’altro l’attivazione emotiva (che non vuol dire il ricorso a stili comunicativi basati sulla paura, il senso di disgusto ecc. ma solamente in grado di generare uno stato di attivazione emotiva, positiva o negativa) come chiave per accrescere l’attenzione e le probabilità di elaborazione cognitiva dei messaggi.

L’efficacia e la potenza comunicativa della realtà virtuale nella comunicazione sociale e di fundraising è ampliata dal meccanismo dell’empatia che è in grado di generare. Non solo il cosiddetto emotional contagion, cioè la capacità del soggetto di esperire contemporaneamente lo stesso stato emozionale degli individui che lo circondano ma soprattutto l’empathic perspective-taking in cui il soggetto, in una situazione di condivisione emotiva, arriva ad assumere lo stesso punto di vista dell’altra persona (che in questo caso è facilitato dalla realtà virtuale) e a vivere emotivamente l’esperienza come se realmente succedesse a lui (per un approfondimento sull’empatia è molto interessante lo studio del 2008 Putting the Altruism Back into Altruism: The Evolution of Empathy di De Waal).

 

Alcuni esempio nel non profit

E il non profit in questi ultimi anni sta cercando sempre più di cogliere le opportunità e le potenzialità di queste nuove tecnologie, soprattutto quelle della realtà realtà, per sensibilizzare le persone e spingerle all’azione.

Uno degli esperimenti più belli è il progetto Clouds over Sidra, un cortometraggio documentario girato a 360° da Gabo Arora, direttore creativo delle Nazioni Unite che permette di vivere in prima persona la vita di Sidra, in fuga dalla Siria, all’interno del campo profughi in Giordania. Se non avete gli occhialini per la realtà virtuale, potete comunque vivere l’esperienza muovendo il punto di vista attraverso il mouse.

Come riporta Vita Non Profit in un’intervista agli ideatori, «l’87% delle persone [che hanno visto il video tramite occhialini] hanno aumentato il proprio impegno nei confronti dei rifugiati e il 73% ha deciso di agire concretamente, donando tempo o denaro». E ancora «L’Unicef, che ha utilizzato il film come strumento di fundraising, ha raddoppiato le donazioni e la quota della singola donazione è aumentata in media del 10%».

Un’altra esperimento di realtà virtuale è il progetto iANIMAL realizzato da Animal Equality per la sensibilizzazione rispetto il tema dello stato di salute degli animali negli allevamenti intensivi. Ecco il video di presentazione del progetto.

Infine un progetto tutto italiano: per l’edizione 2016 di Do ut do è stata disegnata la casa do ut do le cui stanze, navigabili tramite la realtà virtuale, sono state progettate da importanti architetti e designer e da loro dedicate ai valori dell’abitare. Il padrino è stato il Nobel per la Letteratura Dario Fo e l’esperienza in 3d è stata resa disponibile con delle installazioni all’interno della Reggia di Caserta, il Museo Madre di Napoli, il Maxxi di Roma, il Mart di Rovereto, il MAMbo e il Mast a Bologna. Tutto il ricavato dell’iniziativa è stato donato alla Fondazione Hospice Seràgnoli. È possibile visitare la casa do ut do anche attraverso il sito web dedicato.

 

Cambierà il modo di fare comunicazione?

L’introduzione della realtà aumentate, e ancora di più della realtà virtuale, offre degli strumenti in più per comunicare il sociale in modo diverso, più coinvolgente e (almeno dai primi dati) più efficace in termini di conversione. Attualmente risulta essere ancora una tecnologia per pochi, sia dal punto di vista dei costi di produzione sia per la possibilità di vivere un’esperienza veramente immersiva.
Se pensiamo alla rapidità con cui si evolve la tecnologia, possiamo già immaginare un futuro non molto lontano in cui il non profit potrà utilizzare queste nuove tecnologie per rovesciare efficacemente il punto di vista della narrazione: dal donatore come spettatore esterno al donatore come alter ego del potenziale beneficiario in difficoltà.
A questo punto però sorge spontaneo un interrogativo a cui i comunicatori sociali dovranno provare a dare una risposta: fino a che punto è lecito utilizzare queste modalità di comunicazione invasive per sensibilizzare il destinatario e spingerlo ad agire e quanto è etico strumentalizzare e spettacolizzare una situazione di difficoltà personale e sofferenza vissuta dai beneficiari?

Chi è l'autore

Consulente e formatore di fundraising online, comunicazione sociale e psicologia del donatore. Ha da poco concluso un dottorato di ricerca all’Università IULM con un progetto di ricerca sulla philanthropic psychology. Ideatore, nel 2010, del progetto “FundraisingMix”.

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