La sfida dell’impresa sociale: il contesto di sviluppo

Con questo articolo mi piacerebbe iniziare un percorso di approfondimento delle molteplici sfaccettature che caratterizzano il soggetto economico dell’impresa sociale al fine di comprenderne potenzialità, sviluppi e criticità.

L’impresa sociale è un’istituzione di variegata attribuzione in ambito non profit. È stata riconosciuta giuridicamente per la prima volta in Italia nel 2005 con una legge poco fortunata, poiché eccessivamente incline a segnarne il limite e i confini operativi anziché valorizzarne la spinta propositiva per la contaminazione del tessuto economico esistente.

In attesa di conoscere i decreti attuativi della riforma del Riforma del Terzo settore, che comprende anche un riordino dell’istituto dell’impresa sociale, proviamo ad analizzare criticamente il terreno, partendo dal substrato per arrivare in superficie, su cui si troverà e dovrà attecchire questa promettente forma organizzativa perché non resti soltanto un’eterna promessa.

 

Il contesto economico odierno: l’economia finanziaria

Il panorama economico odierno presenta un assetto discontinuo con evidenti spaccature e divisioni di carattere sia formale sia sostanziale.

Partendo dalla sostanz,a è opportuno sottolineare l’espansione prevaricante e ormai incontrollabile dell’economia finanziaria a danno delle altre forme produttive. Si tratta di un’economia nata col fine di ottenere produttività dal risparmio e dalla rendita alimentando il mercato attraverso un’equilibrata distribuzione di crediti e debiti in risposta alla domanda di liquidità emessa dal corpo sociale.

 

Se ho molta disponibilità finanziaria è vantaggioso per tutti, in un’economia di mercato, che io la investa in un’intrapresa, se ho spirito d’iniziativa, oppure in quella degli altri, se non ho spirito d’iniziativa e preferisco sostenere quello altrui.

 

Tuttavia l’articolazione capitalista dell’economia di mercato, concentrando o meglio riducendo lo spirito d’iniziativa esclusivamente intorno alla ricchezza capitale ha via via fiaccato la spinta imprenditoriale del corpo sociale in ogni ambito dell’economia confinandola entro gli angusti confini meritocratici segnati dall’iniziativa di pochi e predestinati capitani d’impresa.

Lo spirito imprenditoriale fiaccato ha tuttavia saputo reagire in un’economia capitalista di mercato:

  • standardizzando e meccanizzando la produzione (mi riferisco all’epoca novecentesca della riproducibilità tecnica e dell’espansione dei consumi)
  • una volta soddisfatti quest’ultimi alla soglia del nuovo Millennio, moltiplicandone la portata attraverso la loro estetizzazione in beni che conferiscono status sociale (es. la moda contemporanea) e virtualizzazione in beni che moltiplicano esponenzialmente le umane capacità (es. le telecomunicazioni).

Ci troviamo così, oggi, nell’epoca del consumo delle relazioni sociali, retrocesse a “social” per mere esigenze di standardizzazione produttiva.

Ma se la virtualizzazione del sociale procura ancora qualche grattacapo agli strateghi degli algoritmi che ne riproducono il funzionamento, quella finanziaria conosce invece la sua massima espansione in termini di spazio, fino a raggiungere territori edenici quali i paradisi fiscali, e in termini di tempo, si pensi ai cosiddetti “derivati” e ai “future” che sono prodotti finanziari appigliati a sofisticate quanto chimeriche proiezioni “futuribili” sul valore.

 

Il campo dell’economico soggiace a uno stato di anarchia finanziaria sfruttato anche da coloro che si autocelebrano paladini dello stato di diritto ma che faremmo meglio indicare come baluardi dello “stato della rendita di diritto”. L’economia reale – industria, agricoltura e servizi – è ridotta all’osso perché poco redditizia, se si eccettua l’industria carbonfossile dal momento che opera in condizioni di oligopolio. Va molto meglio per l’industria delle ICT poiché il mercato delle informazioni detiene un’importanza cruciale e strategica per il compimento del disegno prometeico di riproducibilità tecnica, come direbbe Walter Benjamin, delle relazioni.

 

Come può inserirsi l’impresa sociale?

Passando ora dalla sostanza del tessuto economico odierno a quella dell’impresa sociale che su questo terreno intende proporsi, mi sembra opportuno evidenziare una serie di caratteristiche imprescindibili che le permetteranno di calarsi e allo stesso tempo di distinguersi all’interno dello sfidante e spesso alienante contesto sopra descritto.

Per affrontare le sfide portate dal mercato capitalistico è infatti opportuno che l’impresa sociale assuma un assetto organizzativo aziendale e non aziendalista. L’impresa sociale è e deve essere un’organizzazione orientata al soddisfacimento dei bisogni espressi dai propri stakeholder attraverso la produzione, distribuzione o consumo di beni e servizi.

 

L’impresa sociale non è quel tipo di organizzazione spregiudicata che strumentalizza i propri stakeholder, sfruttando di frequente la maggior parte di essi tra cui i consumatori, lavoratori e fornitori, in vista di un autoreferenziale addomesticamento della propria sete di profitto oppure di quella dei pochi eletti tra i portatori d’interesse, di norma gli azionisti o shareholder.

 

Per affrontare invece il pericolo di alienazione presente negli attuali mercati capitalistici è consigliabile che questa impresa novella sappia vincolarsi a doppio nodo all’attributo qualificativo che ne conferisce il carattere distinitivo: quello Sociale. Per farlo è bene che sviluppi fin da subito una concezione matura e strutturata del proprio mandato relazionale.

  1. Matura poiché il compito di “costruire o produrre” relazioni richiede innanzitutto di concepirne l’insita complessità. Una produzione dunque difficilmente standardizzabile per mezzo di una catena di montaggio in quanto il Sociale non è riproducibile in serie. Un tipo di produzione tanto meno esternalizzabile a fronte di un mero trasferimento monetario dal momento che il Sociale non è acquistabile, non ha un prezzo.
  2. Strutturata affinché la relazione, sostanza complessa oggetto del suo lavoro, risulti sempre riconoscibile anche se non sempre agilmente reificabile, senza liquefarsi e risultare sfuggente facendosi assorbire da un universo relativo e disorientante. Strutturare le relazioni in buone pratiche quali la cooperazione oppure la condivisione richiede un grado minimo di semplificazione ma è la via maestra per organizzare il lavoro sociale.

Azienda per il Sociale è forse la provocatoria ragione sociale che meglio risponde alle sfide lanciate dall’economia odierna, anche se resta indubbio che, allo stato attuale delle cose – status quo – si tratti di una vera e propria impresa, che richiede quindi una componente eroica, sociale, che esige quindi una risposta collettiva, insomma di un’impresa sociale, che deve quindi svolgersi in comune per ambire a essere universalmente riconosciuta.

Chi è l'autore

Esperto in governance del welfare e organizzazione dei servizi sociali. Da oltre quattro anni si occupa della promozione e dell’amministrazione dei servizi formativi e consulenziali che ConfiniOnline rivolge a enti e professionisti del Terzo settore.

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