La prima volta da fundraiser non si scorda mai

La mia prima volta è stato in una Cooperativa Sociale bresciana, a contatto con l’altro diverso da me. Si può dire che sia cresciuta nell’ambito della cooperazione sociale, professionalmente e, soprattutto, umanamente.

La prima volta è stato un pugno allo stomaco. Chi non conosce la disabilità, non ne ha famigliarità, ne è travolto. Anna pranzava con una sveglia sul tavolo al mio fianco ed un casco protettivo in testa, ogni 5 minuti la sveglia suonava lei la spegneva e via così per tutto il pranzo, dondolandosi avanti ed indietro. Paolo ti abbracciava con tale entusiasmo da arrivarti all’anima. Lorenzo passava il tempo ad urlare. Voci, volti, sguardi, odori, emozioni, ricordi, vita vissuta.

Con il tempo, sono passati 13 anni, ho capito che ogni volta è la prima volta.

 

Ma cosa c’entra tutto questo con il fundraising?

Per me ne è l’essenza. Questo lavoro non si può fare lontano dalle persone, dalle organizzazioni. Il nostro lavoro “si nutre” di vita, di emozioni, di relazioni. Il nostro lavoro è empatia.

Le organizzazioni vanno conosciute, vissute, respirate, annusate, solo così si può essere loro d’aiuto trovando quelle porte di accesso e chiavi di lettura che possono far sì che il fundraising prenda piede, sia legittimato, ma soprattutto interiorizzato, diventando armatura strutturale dell’organizzazione. Solo così il nostro lavoro assume un senso.

 

È necessario che ogni volta sia la prima volta, farsi travolgere, mettersi in gioco, provare quella sensazione di “pugno nello stomaco” che solo le sensazioni forti e vere danno.

Se partiamo da qui, il fundraiser è, prima di tutto, una persona che si mette emotivamente in gioco, che entra in empatia con le persone, che supera il senso di impotenza lasciando emergere il senso di giustizia sociale; che ha la forza ed il coraggio di restare umano, di essere vero.

 

“Una persona cattiva non diventerà mai un professionista”

Due articoli mi hanno incuriosita in queste ultime settimane, quello di Howard Gardner “Una persona cattiva non diventerà mai un professionista” e quello di Salvatore Settis “La buona scuola non è buona; e le “competenze” non servono a niente“.

Secondo Howard Gardner, padre delle intelligenze multiple, solo le brave persone possono diventare eccellenti professionisti. Quelle cattive, al contrario, non potranno mai esserlo, anche se possono acquisire grandi competenze tecniche. Nell’intervista sostiene come ci debba “essere un equilibrio tra l’impegno, l’etica e l’eccellenza per poter diventare grandi professionisti; e che per “essere davvero bravi”, bisogna mettere l’anima, le emozioni, i sentimenti e l’impegno nel nostro lavoro”.

Il non potersi separare dal proprio essere, non potendo dissociare la nostra vita interiore da quella professionale, mi ha molto colpita perché vi ho trovato molta affinità.

A rafforzare il mio pensiero la lettura dell’intervista a Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte, già direttore della Normale di Pisa, che critica la tendenza contemporanea che si sta affermando nei sistemi educativi un po’ in tutto il mondo, ma in particolare in Italia a educare a “competenze” piuttosto che a “conoscenze”. Mentre la necessità è di avere persone con uno sguardo generale, perché come afferma “non bastano le conoscenze specialistiche, approfondite quanto si vuole. Ci vuole una visione collegata col senso della comunità“.

 

Dalla tecnica all’intelligenza emotiva, dalle competenze alle conoscenze!

Tornando a noi, molto spesso le domande più ricorrenti sulla nostra professione sono relative alle nostre capacità, al nostro “saper fare”. Cosa fa il fundraiser? Che competenze ha?

Nell’immaginario contemporaneo, il fundraiser è un “super eroe” dotato di competenze tecniche e capace di ogni tecnicismo in grado di fargli trovare risorse (meglio se denari), e smuovere i sentimenti dei donatori così da farli donare.

Ma proviamo per un attimo a chiederci chi è il fundraiser? Cosa pensa? Cosa prova? Che vita vive

Credo fortemente nell’intelligenza emotiva e relazionale delle persone, fondamentale nel nostro lavoro, tutto il resto è tecnica… e si può imparare o acquistare.

 

La mia prima volta mi ha insegnato a “essere Guya”, le altre “ad essere Guya e consulente di fundraising”. E tu ricordi la tua prima volta? Dov’eri, con chi eri, cosa hai provato?

È importante ricordare, perché la prima volta da fundraiser non si scorda mai.

Chi è l'autore

Consulente, fundraiser e formatrice, si occupa dello start up di uffici sviluppo per organizzazioni nonprofit che operano a livello territoriale; e di dinamiche di community fundraising all’interno di sistemi complessi, al fine di sperimentare nuovi modelli di welfare.

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