Crowdfunding o personal fundraising: come scegliere?

Negli ultimi mesi ho avuto la percezione che la bolla del crowdfunding si fosse leggermente sgonfiata. E in effetti da una rapida ricerca su Google Trends sembrerebbe che il volume di ricerche in Italia legate a questa parola chiave nell’ultimo anno sia leggermente diminuito rispetto ai due anni precedenti.

 

 

Questo vuol dire che le organizzazioni non profit abbiano smesso di considerarlo la panacea di tutti i problemi di sostenibilità economica? Non saprei dirlo con certezza ma forse siamo entrati in una fase di maggiore maturità. Chi si occupa professionalmente e quotidianamente di fundraising ha imparato a comprenderne limiti e potenzialità grazie alle numerose occasioni di confronto e studio, oltre a successi e fallimenti sulla propria pelle. Dall’altro lato però vi sono una molteplicità di persone che si stanno affacciando solo ora al mondo del fundraising per le loro medio-piccole organizzazioni e che continuano a vedere nel crowdfunding uno strumento “goloso”.

Perché? È presto detto: una campagna di crowdfunding ha un costo contenuto e soprattutto gran parte dell’investimento viene posticipato e basato sul risultato (se la campagna non raggiunge l’obiettivo non ho costi da pagare alla piattaforma), è uno strumento che si ritiene sia conosciuto da tutti (chi non ne ha mai sentito parlare?) e soprattuto semplice da gestire (un paio di ore di lavoro e la campagna è lanciata). Tutto ciò però non è sufficiente per una campagna vincente. E una conferma ci viene dai dati a disposizione (se volete approfondire, scaricare il report Crowdfunding in Italia – rapporto 2015):

  • l’importo medio dei progetti di successo si aggira intorno a qualche migliaia di euro;
  • i progetti vincenti sono una piccola parte di quelli presentati;
  • gran parte del crowdfunding che genera entrate fa riferimento a progetti legati al mondo for profit.

Dall’altro lato però le piattaforme di crowdfunding hanno fatto emergere (o si potrebbe dire riemergere, come vedremo dopo) e dato spinta alle dinamiche, ancora poco conosciuta, del personal fundraising. In America realtà come Charity Water hanno fatto di questo modello di fundraising il cavallo di battaglia. Anche in Italia ci sono diverse esperienze di questo tipo come il portale Io per Save the Children e la piattaforma di crowdfunding Rete del Dono che vede il 64% dei soldi raccolti  proprio attraverso il personal fundraising.

Quali sono le differenze tra crowdfunding e personal fundraising?

Se ci penso bene, forse hanno più punti in comune che differenze. Iniziamo da questi. Entrambe:

  • hanno lo scopo di finanziare un progetto o una specifica attività di una organizzazione non profit;
  • fissano un obiettivo economico di raccolta fondi e un termine entro il quale raggiungerlo;
  • sfruttano il meccanismo di tante (crowd = folla) donazioni di importo contenuto (mediamente 5-20 euro);
  • si basano su strumenti di pagamento online (ad es. PayPal oppure le carte di credito) anche se spesso è possibile includere strumenti tradizionali come i bonifici bancari;
  • sfruttano il principio di imitazione del comportamento altrui (so che hanno già donato in 10 e di questi conosco anche i nomi);

Si potrebbe quindi pensare che i due siano praticamente la stessa cosa. In realtà ci sono due dimensioni che li rendano, dal mio punto di vista, profondamente differenti:

  • chi chiede la donazione: nel crwodfunding è l’organizzazione non profit che sollecita il potenziale donatore a sostenere un suo progetto mentre nel personal fundraising è la singola persona (che spesso può anche non avere un rapporto stabile e formalizzato con l’ente beneficiario) che diventa “fundraiser” e costruisce una propria campagna per raccogliere fondi che andranno a sostenere uno specifico progetto dell’ente;
  • la rete di relazioni: nel crowdfunding la rete di relazioni che viene (o dovrebbe essere) sollecitata è quella dell’organizzazione stessa mentre nel personal fundraising è quella della singola persona (e in molti casi non è sovrapponibile a quella potenziale dell’ente).

Si potrebbe riassumere dicendo che è tutta questione di relazione. Sono sempre stato convinto che uno dei grossi limiti allo sviluppo e all’efficacia delle piattaforme di crowdfunding andasse ricercato nell’incapacità della maggior parte (se non praticamente tutte) di creare una propria base di donatori disponibili a sostenere di volta in volta un progetto presente sulla piattaforma. Se mi metto nei panni di una medio grande organizzazione, quale è il vantaggio di caricare un progetto su una piattaforma di crowdfunding se poi i donatori o potenziali li devo pescare dal mio patrimonio relazionale, devo trasferirli su un sito diverso dal mio per effettuare la donazione (con il rischio che vedeva anche cause concorrenti) e pagare una commissione aggiuntiva (mediamente del 5%) per il servizio? Non sarebbe più semplice fargli fare la donazione direttamente sul mio sito in modo da avere anche un maggior controllo dell’intero processo di comunicazione e gestione della relazione?

Invece la dinamica del personal fundraising attraverso le piattaforme di crowdfunding permette di superare questo grosso limite: l’organizzazione diventa mera (anche se poi in realtà deve supportare e lavorare al fianco del fundraiser) beneficiaria di una raccolta promossa, gestita e stimolata da un soggetto terzo che mette a disposizione il proprio patrimonio relazione e se stesso come garanzia di bontà dell’operato dell’organizzazione. Se ci pensate bene queste dinamiche non sono poi così originali…

Ma cosa c’è di veramente nuovo nel crowdfunding e nel personal fundraising?

Ho sempre pensato che crowdfunding e personal fundraising (su piattaofmre di crowdfunding) non fossero nulla di così innovativo ma semplicemente un’evoluzione legata alle nuove tecnologie. Sostanzialmente la digitalizzazione di ciò che è avvenuto per anni, o addirittura secoli, nelle attività di raccolta fondi “tradizionali”.

Se pensiamo alla logica di base del crowdfunding non ci sono differenze significative rispetto alle raccolte fatte con le cassettine nei luighi pubblici (bar, eventi ecc.), alle campagne di sms solidale oppure alla questua in chiesa durante la messa. E rispetto il personal fundraising? Mi vengono in mente le donazioni in memoria in favore di un defunto oppure semplicemente le liste nozze e o i compleanni dove invece del regalo si segnala di effettuare una donazioni in favore di un determinato progetto sociale.

Cambia lo strumento di gestione della transazione (dal contante alla moneta digitale), si modificano le dinamiche di comunicazione (dal passaparola e il faccia a faccia al direct email marketing e i social) ma la logica, le dinamica di fondo e le criticità rimangono le stesse.

Quindi come scegliere lo strumento più adatto?

Come dico sempre nei corsi, non esiste lo strumento perfetto ma esiste lo strumento più adatto a raggiungere determinati obiettivi partendo da specifiche condizioni. Dal mio punto di vista il crowdfunding è utile se l’organizzazione:

  • ha un progetto di importo contenuto (qualche migliaio di euro) oppure si necessità di diversificare le fonti di finanziamento di un progetto più grande;
  • ha una rete di relazione e una community digitale alle spalle solida e reattiva (fate sempre i conti della serva partendo dall’idea che se i contatti sono tiepidi o freddi come capita spesso per i social network o con alcune mailing list un buon tasso di conversione potrebbe attestarsi attorno all’1%);
  • è abituata a coinvolgere i donatori attraverso strumenti digitali (DEM, newsletter, social, sito web ecc.);
  • NON ha una pagina di donazione online efficace sul proprio sito (altrimenti come detto prima conviene farli donare direttamente sul proprio sito).

Invece il personal fundraising può essere una soluzione da prendere in considerazione se:

  • ci sono delle persone fisiche (e recentemente anche aziende) che vogliono raccogliere dei fondi per un progetto specifico dell’organizzazione. Con le piattaforme di crowdfunding si supera il problema della gestione delle donazioni in contanti, l’intero processo è più trasparente, il donatore ha maggiori garanzie sull’effettiva devoluzione della donazione all’organizzazione e il fundraiser è “riconosciuto” dall’ente stesso;
  • nelle rete di donatori o potenziali tali ci sono sportivi che potrebbero aderire ai sempre più frequenti progetti charity (ad esempio nelle maratone) e diventare fundraiser per l’organizzazione;
  • si vuole sperimentare nuove modalità ampliamento della base donatori attraverso il coinvolgimento di soggetti esterni alle proprie reti relazionali. Rispetto ad altre modalità tradizionali, come l’affitto di liste da fornitori, essendovi il fundraiser come tramite, è facile ipotizzare che vi sia una maggiore sensibilità alla causa da parte dei potenziali donatori e che la propensione sia maggiore perché vedono nell’amico una sorta di garanzia.

Come vedete non ci sono vincitori o perdenti. E voi avete mai fatto esperienza con un dei due strumenti? Come è andata?

 


Chi è l'autore

Consulente e formatore di fundraising online, comunicazione sociale e psicologia del donatore. Ha da poco concluso un dottorato di ricerca all'Università IULM con un progetto di ricerca sulla philanthropic psychology. Ideatore, nel 2010, del progetto “FundraisingMix”.

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Comments

  • Elisaetta Casarin 15 novembre 2016 at 17:53

    Molto interessante, concordo. Il crowdfunding si attua in piu’ ambiti, ma per quanto riguarda il Donation condivido il tuo punto di vista.

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    • Davide Moro 15 novembre 2016 at 18:03

      Grazie Elisabetta.

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